La rievoluzione non si ferma – l’importanza del suolo

Dai telegiornali ai social, dalle conferenze internazionali al movimento giovanile inaugurato da Greta Thunberg: la crisi climatica è ormai sulla bocca di tutti. Le temperature sono in aumento quasi ovunque a causa delle emissioni antropiche di gas serra, e le conseguenze di questo squilibrio si fanno sempre più gravi e complesse. Ma in questa battaglia alle emissioni abbiamo degli alleati silenziosi. Quello del carbonio è infatti un ciclo naturale, proprio come quello dell’acqua. Ci sono fonti di emissione che liberano anidride carbonica (CO2 ) in atmosfera ma ci sono anche serbatoi che assorbono e trattengono la CO2, trasformandola in altre forme di carbonio non volatili. Un classico esempio, il più famoso, è quello degli organismi fotosintetici (come piante e alghe) che, assorbendo anidride carbonica dall’aria, la trasformano in zuccheri tramite la fotosintesi e producono ossigeno come scarto. Ma la vegetazione non è l’unico bacino naturale di carbonio, né il più importante: la maggior parte della CO2 è assorbita infatti dagli oceani e dal suolo. Si stima che suolo e vegetazione insieme possano assorbire fino al 30% delle emissioni antropiche annuali. Tantissimi sono i servizi ecosistemici offerti dal suolo: dalla mitigazione climatica alla produzione alimentare, dalla regolazione del deflusso idrico a quella del del ciclo dei nutrienti. Senza contare che costituisce l’habitat di una vastissima fetta di biodiversità.

Ma come se la passano i nostri suoli? I ritmi di perdita di questa importante risorsa sono serratissimi. Per consumo di suolo si intende la sua impermeabilizzazione a causa di coperture artificiali che portano alla perdita, nella maggior parte dei casi irreversibile, delle sue funzioni. Secondo i dati dell’ARPA nel 2018 in Italia sono stati consumati 57,5 km2, ovvero circa 21 campi da calcio al giorno, 2 metri quadrati di suolo perso ogni secondo. Le pianure del nord, l’area di Roma e le fasce costiere sono le aree più colpite. Il fenomeno inoltre è più concentrato nelle aree rurali rispetto a quelle urbane, con conseguente continua perdita di suolo agricolo e sviluppo frammentario e disperso delle città che si insinuano in maniera spesso disorganizzata nelle campagne, un fenomeno definito sprawl urbano o dispersione urbana. In Emilia-Romagna i tassi di consumo di suolo sono piuttosto elevati, con una percentuale di suolo urbanizzato (8,9%) superiore alla media nazionale (7,1%). Il comune di Parma, con il 21% di suolo urbanizzato, condivide con Piacenza il primato regionale per consumo di suolo. Il paradosso dell’espansione incontrollata del cemento nei terreni fertili della rinomata food valley è stato evidenziato da Nicola Dall’Olio nel suo cortometraggio Il suolo minacciato, giunto ai 10 anni di produzione e disponibile su youtube (clicca qui). La rapida e continua perdita di suolo fertile è un problema sempre più grave, tanto che l’Unione Europea ha posto l’obiettivo, ambizioso ma necessario, di azzerare il consumo netto entro il 2050.

L’importanza del suolo è stata sottolineata recentemente anche dall’uscita di due documentari, a un paio di anni di distanza l’uno dall’altro: la fattoria dei nostri sogni (2018) e kiss the ground (2020). Kiss the ground, seppur non affrontando direttamente tutte le problematiche del caso (non viene ad esempio esplorata la questione di deforestazione e desertificazione legate alla creazione di pascoli),ci invita a ripensare in maniera intelligente l’uso e la gestione del suolo, riconoscendolo come fondamentale alleato nella lotta ai cambiamenti climatici. Se è vero che urbanizzazione e cementificazione stanno riducendo drasticamente la quantità di suolo naturale disponibile, è altrettanto vero che la maggior parte di questo è impiegato come suolo agricolo. L’agricoltura occupa, a livello mondiale, il 50% delle terre emerse. E più del 70% di questi terreni è utilizzato per il pascolo o la produzione di mangime per il bestiame. La filiera della produzione alimentare ha un grande impatto sull’ambiente ed è responsabile di un quarto delle emissioni antropiche globali. Ma il modo in cui trattiamo il suolo può fare la differenza. Il documentario ci ricorda infatti come le diverse pratiche agricole abbiano effetti diversi sulla capacità del suolo di trattenere materia organica, stoccare carbonio e sequestrarlo dall’atmosfera. Questo grazie alla ricca e intricatissima biosfera presente al suo interno: un potente ed intricato consorzio di radici, batteri, funghi e invertebrati che, se preservato, lavora incessantemente per completare il ciclo dei nutrienti e renderli disponibili per la copertura vegetale, mantenendo il suolo fertile e in salute. L’agricoltura intensiva con le sue monocolture, i terreni lasciati nudi per diversi mesi l’anno, l’uso eccessivo di pesticidi, fertilizzanti ed erbicidi e l’aratura profonda, disturba l’equilibrio biochimico del terreno e impoverisce il suo prezioso consorzio di organismi laboriosi, facilitando la dispersione del carbonio in esso accumulato e riducendone progressivamente la fertilità.

Proprio da un suolo ormai più simile ad un deserto sterile, nei pressi di Los Angeles, parte l’avventura di La fattoria dei nostri sogni che ci racconta, seguendo la storia vera di una famiglia ripresa quasi in tempo reale, la difficile ma praticabile via dell’agricoltura rigenerativa, basata sull’incremento della biodiversità e sul rispetto dei tempi e degli equilibri della natura. Introducendo decine di specie vegetali e animali diverse, osservando e cercando di comprendere le loro sempre più numerose e complesse interazioni alla ricerca di un delicatissimo equilibrio naturale che garantisca la stabilità dell’ecosistema, nel giro di 8 anni quegli ettari di terreno arido si trasformano in un modello di fattoria biologica e biodinamica rigogliosa, che attrae visitatori da ogni parte del mondo.

Una voce di speranza, un’alternativa possibile e praticabile, per non sottovalutare il grande potenziale sotto ai nostri piedi.

 

Articolo di Marta Lauro per Legambiente Parma

 

La rievoluzione non si ferma – un oceano di risorse da salvare

L’oceano: potente, vitale, misterioso. Un ecosistema complesso e indispensabile per la salute del nostro pianeta, eppure ancora così poco conosciuto. Sono tantissimi gli interrogativi sul mare ancora irrisolti; paradossalmente abbiamo più informazioni sulla superficie della Luna che su quella delle profondità oceaniche. Si stima addirittura che il 90% delle specie marine non siano ancora state scoperte. Eppure le acque salate ricoprono più del 70% della superficie del nostro pianeta, tanto che, anziché pianeta Terra, sarebbe forse più corretto chiamarlo pianeta Oceano. È questo il titolo del saggio divulgativo dedicato all’importanza e alle fragilità dei nostri mari scritto da Mariasole Bianco, biologa marina e fondatrice della onlus Worldrise per la conservazione del mare. Perché, se c’è qualcosa che sappiamo, è che un oceano in buona salute è indispensabile per  l’intero pianeta, umanità compresa. L’oceano, con le sue correnti, contribuisce infatti alla regolazione del clima, ospita circa l’80% della biodiversità mondiale ed è il principale serbatoio di anidride carbonica. Assorbe ogni anno un quarto delle nostre emissioni rilasciando in cambio, grazie all’instancabile lavoro del fitoplankton, la metà dell’ossigeno che respiriamo. Non è quindi la foresta amazzonica il principale polmone verde della Terra, come molti pensano; l’oceano si aggiudica anche questo primato.

Questo ambiente così vasto e potente è stato per lungo tempo considerato come una fonte inesauribile di risorse, senza prestare particolare attenzione alla sua effettiva salute. Oggi sappiamo invece che quello del mare è un equilibrio delicato e minacciato su più fronti, che si trova oggi più che mai al centro dell’attenzione della comunità scientifica. Quest’anno l’Unesco ha infatti inaugurato il Decennio del mare: una decade di studi, progetti ed interventi dedicata dalle Nazioni Unite alle scienze del mare e allo sviluppo sostenibile.

Il cambiamento climatico sta infatti ponendo sotto stress anche l’ecosistema marino; l’aumento della temperatura delle acque porta a conseguenze complesse e non sempre prevedibili che vanno ad alterare il funzionamento delle correnti oceaniche e il trasporto di nutrienti, influenzando l’intera catena alimentare. Molte specie hanno inoltre un intervallo di temperatura ottimale limitato, al di sopra del quale fanno fatica a sopravvivere. È quello che sta succedendo, ad esempio, alle zooxantelle, piccole alghe simbionti dei coralli e necessarie alla loro sopravvivenza. La loro scomparsa nei mari sempre più caldi provoca lo sbiancamento dei coralli e la morte di ecosistemi fondamentali come le barriere coralline, fenomeno allarmante documentato dal film chasing coral. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica porta inoltre ad un altro fenomeno preoccupante: quello dell’acidificazione degli oceani.

Anche l’inquinamento pesa fortemente sulla salute degli oceani. Tutto quello che viene emesso nell’ambiente, presto o tardi, finisce in mare; la tragica situazione dell’inquinamento da plastica ce lo ha dimostrato. 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare ogni anno, andando ad alimentare quelle che sono ormai 6 enormi isole, di cui la più grande (il great pacific garbage patch) supera la dimensione degli Stati Uniti. Data la scarsa biodegradabilità dei materiali plastici, questi non si decompongono del tutto ma restano nell’ambiente anche per millenni, sotto forma di minuscoli frammenti, le famose microplastiche. La plastica, di qualsiasi dimensione, seppur non direttamente tossica è molto pericolosa per la vita sottomarina; le microplastiche sono particolarmente dannose anche per noi. Tanti sono gli animali che le ingeriscono scambiandole per cibo: dai piccoli organismi planctonici fino ai grandi pesci che arrivano sulle nostre tavole. La plastica è così entrata a far parte della catena alimentare ed è ormai presente anche nella nostra dieta: una ricerca recente stima che siano in media 40.000 le microplastiche ingerite da una persona ogni anno.

 

Acordo global para prevenir pesca predatória emperra na OMC | Exame

 

Ma i problemi non finiscono qui. Non è solo quello che gettiamo in mare a cui dobbiamo prestare attenzione, ma anche quello che da esso preleviamo. La pesca intensiva sta infatti minacciando la maggior parte delle specie ittiche, portandoci silenziosamente ad un mare con più plastica che pesci. Sono più dell’80% infatti, secondo ricerche recenti, le specie commerciali sovra sfruttate;  questo vuol dire che peschiamo troppo e troppo spesso, senza lasciare ai pesci il tempo di riprodursi e ripopolare i mari, andando quindi ad impoverire sempre di più gli stock ittici. Già nel 2009 il documentario al capolinea- the end of the line aveva denunciato la situazione riportando la voce preoccupata di molti scienziati che sostenevano che, se la pressione della pesca non fosse diminuita, entro il 2050 avremmo potuto trovarci di fronte ad un mare senza pesci. Da allora le cose non sembrano essere migliorate, tant’è che l’anno scorso 50 scienziati hanno firmato una lettera, indirizzata al Commissario europeo per l’Ambiente, per chiedere di porre maggiori limiti alla pesca in modo da favorire la ripresa degli ecosistemi marini.

Recentissimo è inoltre l’approdo su Netflix di un nuovo documentario di denuncia: Seaspiracy. Questo mette in luce, oltre all’inarrestabile declino delle specie ittiche, i tanti e poco noti danni collaterali della pesca intensiva. Dalle reti disperse o abbandonate responsabili di più della metà dell’inquinamento da plastica dei nostri mari, al massacro silenzioso di tartarughe, squali e cetacei o di tutte le specie non pregiate che, una volta pescate insieme alle specie target, vengono rigettate in mare spesso già morte. Questa porzione, definita pesca accidentale (o bycatch), ammonta secondo i dati del WWF al 40% del pescato mondiale, uno spreco che non possiamo più permetterci. Anche l’acquacoltura ha un impatto tutt’altro che trascurabile sia a livello di inquinamento che di distruzione di habitat e non può dunque essere considerata un’alternativa sostenibile alla pesca. Senza contare che la maggior parte delle specie commerciali allevate, come il salmone, sono carnivore e nutrite con farina di pesce. Bisogna quindi continuare a pescare anche per nutrire i pesci di allevamento, senza una vera diminuzione di pressione sugli stock ittici.

L’unica soluzione veramente sostenibile sembrerebbe quindi quella di ridurre le quantità di pescato, combattere la pesca illegale che ogni anno sfora i limiti stabiliti per legge ed investire nella conservazione dell’ambiente marino con la creazione di riserve protette, che diano alle specie sempre più minacciate il tempo e lo spazio per riprendersi e tornare a popolare i nostri mari. Perché la buona notizia è che, se gliene diamo la possibilità, l’ecosistema marino è in grado di rigenerarsi sorprendentemente in fretta.

 

Articolo di Marta Lauro per Legambiente Parma

La rievoluzione non si ferma – l’ecoconsiglio della settimana: Stefano Mancuso e l’intelligenza delle piante

Stefano Mancuso è un nome che gli appassionati di biologia conoscono bene: inserito da Repubblica nella lista degli italiani più influenti al mondo, professore presso la facoltà di agraria dell’università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV). Botanico di fama internazionale, Mancuso ha dedicato i suoi studi e la sua attività di divulgazione ad alcuni degli esseri più intelligenti del nostro Pianeta: le piante. Le piante? Ebbene sì! I lavori di questo brillante scienziato vi mostreranno come questi organismi, così spesso sottovalutati e considerati al limite tra i viventi e i non viventi (pensate a tante nostre espressioni come “stato vegetativo”, o “essere un vegetale”) abbiano capacità sorprendenti. Il libro che vi consigliamo oggi è Verde brillante: sensibilità e intelligenza del mondo vegetale. Breve, coinvolgente e di facile lettura; realizzato a 4 mani con la giornalista scientifica Alessandra Viola e vincitore di numerosi premi, è un ottimo primo approccio al mondo dell’intelligenza vegetale. Si parte con una carrellata di spunti storici, religiosi e filosofici che ci mostrano come, per secoli, le piante siano state considerate “eterne seconde” rispetto agli animali e come questo si sia riflettuto nella ricerca scientifica.

Nella nostra visione antropocentrica, la Terra è dominata dall’uomo. E allora com’è possibile che più del 99% della biomassa terrestre sia costituita da vegetali? La vita media di una specie si aggira intorno ai 5 milioni di anni. Noi umani ne abbiamo appena 400.000, le piante sopravvivono da 450 milioni di anni. Difficile credere che una simile diffusione nel tempo e nello spazio non nasconda una qualche strategia intelligente. Mancuso rivendica a gran voce l’intelligenza dei vegetali, e ce la spiega in termini semplici ma spesso sorprendenti. Guidati dalle sue parole scopriamo così che le piante sono in grado di comunicare tra loro, aiutarsi, proteggersi da organismi dannosi, sfruttare gli animali a proprio vantaggio, muoversi e risolvere problemi. Attraverso i suoi esperimenti al LINV Mancuso ci mostra come alcune specie vegetali siano in grado di muoversi fino a raggiungere un supporto a cui ancorarsi o come le radici riescano a risolvere veri e propri labirinti per arrivare alle sostanze nutritive senza mai sbagliare un colpo, facendo impallidire i risultati dei topolini da laboratorio o di altri animali. E sapevate che le piante hanno molti più sensi di noi? Gli apici radicali, in particolare, sono come milioni di elaborate e sensibilissime terminazioni nervose in grado di riconoscere un enorme quantità di stimoli: gravità, temperatura, umidità, campo elettrico, pressione, gradienti chimici, sostanze tossiche, vibrazioni.

 

Le piante secondo Stefano Mancuso - Eventi, incontri e manifestazioni a Milano - Vivimilano

 

Le piante hanno seguito un percorso evolutivo molto diverso dal nostro; non presentano un cervello e un sistema nervoso centrale, ma questo non le rende prive di intelligenza. Mentre gli animali hanno sviluppato una struttura centralizzata e gerarchica, i vegetali prediligono un a struttura modulare e diffusa. Questo permette loro di sopravvivere anche perdendo buona parte del loro corpo ad opera, ad esempio, di predazione da animali erbivori. Un bel vantaggio per individui radicati al suolo che non possono darsi alla fuga! Ma spesso sono proprio le piante ad avere la meglio sugli animali. Pensate alle raffinate strategie per attirare gli insetti impollinatori: fiori, colori, profumi. Spesso si tratta di una relazione simbiotica che apporta reciproco vantaggio, ma ci sono anche casi di piante che “ingannano” gli insetti, e ci riescono molto bene! Alcune specie di orchidee, ad esempio, sono campionesse di mimesi. Assomigliano talmente tanto alle femmine di alcuni imenotteri, persino nell’odore, che questi tentano di accoppiarsi con il fiore e, nel farlo, si cospargono di polline. E che dire poi delle piante carnivore?

Strategie evolutive differenti, organizzazione strutturale diversa, ma che non abbiamo ragione di considerare inferiori a quelle degli animali. In un altro volume, Plant revolution, Mancuso approfondisce le caratteristiche uniche degli organismi vegetali e ci mostra come le strategie da loro messe in atto possano tornarci utili come spunti per innovativi sviluppi tecnologici. E se ancora non siete convinti vi basti pensare che, senza le piante, senza l’ossigeno che hanno rilasciato in atmosfera per milioni di anni e la materia organica che fissano tramite la fotosintesi dando il via alla catena alimentare, la vita animale non potrebbe esistere. Il documentario della BBC Terra, il potere delle piante spiega bene l’evoluzione del nostro pianeta dal punto di vista dei vegetali e come la loro presenza abbia reso possibile il proliferare d altre forme di vita.

L’intelligenza umana, con il cervello più complesso mai apparso sulla Terra, è un esperimento della selezione naturale, uno dei tanti. Si rivelerà la via più vantaggiosa? è presto per dirlo… ricordiamo che siamo qui da soli 400 mila anni, mentre le piante proliferano silenziose da ben 450 milioni. Saremo in grado di fare altrettanto?

 

Articolo di Marta Lauro per Legambiente Parma

La Rievoluzione non si ferma – l’ecoconsiglio della settimana: Cowspiracy – il segreto della sostenibilità

Titolo della settimana: Cowspiracy – il segreto della sostenibilità: documentario prodotto da Leonardo di Caprio nel 2014 e distribuito da Netflix. Si tratta di un lungometraggio che è riuscito ad ispirare migliaia di persone in tutto il mondo verso scelte più consapevoli, innanzitutto per l’ambiente ma anche per gli animali, vittime di un sistema di […]

– La Rievoluzione non si ferma – l’ecoconsiglio della settimana: David Attenborough e il suo inno alla biodiversità

 

Sir David Attenborough: un nome, una garanzia. Una vita straordinaria dedicata alla scoperta della natura, delle sue mille forme, interconnessioni e fragilità. Inauguriamo i nostri consigli di lettura e visione a tema ambientale andando sul sicuro con l’ultima fatica del celeberrimo naturalista e divulgatore inglese.

Protagonista e voce narrante di tanti dei migliori documentari naturalistici firmati BBC dell’ultimo secolo, David Attenborough, raggiunti i 94 anni ci regala una nuova opera: Una vita sul nostro pianeta, disponibile da ottobre anche su Netflix. Certo non una vita qualsiasi, ma la testimonianza in prima persona di chi, nell’arco di quasi un secolo, ha visitato e ci ha fatto scoprire tutti gli ecosistemi terrestri assistendo anche, ahimè, al loro declino. Una narrazione amara, certo, scandita col passare degli anni dall’aumento della popolazione umana e delle emissioni di gas serra in atmosfera e dal parallelo diminuire della biodiversità. Il grido di allarme di una voce autorevole su cosa ci attende se continuiamo su questo percorso senza inversioni di rotta. Ma, alla fine, anche un messaggio di speranza.

Attenborough brings colour to life in new series - Screen Australia

Protagonista indiscussa del documentario è la biodiversità del nostro pianeta: l’incredibile varietà di forme di vita che lo popola e che fornisce robustezza e resilienza agli ecosistemi. Capirne l’importanza, al di là dell’indiscutibile intrinseca bellezza, è semplice: pensate, ad esempio, ad una foresta e ad un campo coltivato. La foresta cresce rigogliosa autonomamente, custodendo al suo interno migliaia di specie di vegetali, animali, funghi, batteri che forse ancora neanche conosciamo e che potrebbero racchiudere, come spesso avviene, sostanze utili anche per farmaci o altri “bioprodotti”. Il campo coltivato con un’unica specie è invece un sistema più fragile, che ha bisogno di costanti cure e input esterni per garantire rese elevate: fertilizzanti, erbicidi, pesticidi. In una foresta, se una specie si estingue, ce ne sarà quasi sicuramente un’altra che svolge la stessa funzione in grado di sostituirla, e l’ecosistema andrà avanti indisturbato. In una monocoltura, invece, una singola infezione può distruggere l’intero raccolto. Ecco spiegata, in termini banali, l’importanza della biodiversità.

Seguendo Attenborough nel resoconto delle sue esplorazioni cominciamo a notare, a partire dagli anni 70, i primi problemi. Molti animali sono sempre più rari e difficili da trovare; alcune popolazioni, come quella dei gorilla africani, sono ormai allo stremo. Negli anni 90 anche gli oceani cominciano a dare segnali scoraggianti: Attenborough e la sua troupe sono tra i primi a documentare un fenomeno bizzarro, lo sbiancamento dei coralli. Solo successivamente gli scienziati ne realizzeranno la gravità: quelle distese di bianco, seppur affascinanti, sono cimiteri sommersi. A causa dell’innalzamento della temperatura delle acque, viene meno la simbiosi tra i polipi del corallo e le alghe che solitamente forniscono loro nutrimento e colorazione e intere barriere coralline muoiono rapidamente.

La perdita di biodiversità non è una novità legata all’intervento umano. Nella storia della Terra si sono già registrate 5 grandi estinzioni di massa, dovute ad eventi catastrofici o a marcati cambiamenti delle condizioni climatiche. Quello che questa volta è diverso è la velocità del fenomeno. In appena due secoli abbiamo causato un innalzamento dei livelli di CO2 in atmosfera a cui solitamente si assiste in milioni di anni. E i tassi di riduzione della biodiversità sono così marcati che, secondo la giornalista Elizabeth Kolbert, siamo davanti a quella che lei chiama, nel suo omonimo libro, La sesta estinzione.

David Attenborough ci suggerisce che la biodiversità sia proprio la chiave di volta per uscire dalla crisi climatica, ecosistemica ed economica che stiamo vivendo. Preservandola, reintegrandola e rispettandola potremo a nostra volta prosperare. Per dirla con le parole di un altro emerito scienziato di fama mondiale, Edward O. Wilson, nel suo saggio La diversità della vita: “ogni frammento di diversità biologica ha un valore inestimabile: frammento che dobbiamo imparare a conoscere, a conservare gelosamente, e comunque a non abbandonare mai senza lottare”.

 

Articolo di Marta Lauro per Legambiente Parma

Comunicato Stampa 17.11.20: Legambiente chiede al sindaco di ritirare la delega al verde all’assessore

Legambiente apprende con stupore che il parcheggio selvaggio nelle bassure della Cittadella era stato regolarmente autorizzato dall’assessorato al verde pubblico del Comune.

La vicenda della Cittadella ha assunto toni grotteschi.

Legambiente ricorda che nel settembre scorso un centinaio di auto e furgoni, in occasione di una manifestazione mercatale, invasero i prati ai lati della Cittadella, inferendo una ferita all’ambiente del parco e al decoro e rispetto di un’area monumentale. Rendendo chiaro il senso che, per questa Amministrazione Comunale, in nome del “Dio denaro”, della “Parma da mangiare” tutto è concesso, si deroga con superficialità ad ogni regola.

Le proteste per quei parcheggi selvaggi furono ampie e vivaci. In quel week-end, tristemente, le segnalazioni di cittadini ed associazioni, fatte in tempo reale, caddero in un silenzio assordante da vigili e referenti del Comune: nessuna spiegazione e nessun intervento. Ancora un mese dopo un’imbarazzante risposta pubblica di un assessore che ammetteva di non sapere cosa fosse successo.

Oggi a, due mesi di distanza, apprendiamo che l’assessore al verde (sigh) aveva autorizzato il parcheggio nei prati della Cittadella, peraltro smentendo platealmente sé stesso, dato che il 29 settembre, nella commissione consiliare dedicata alla Cittadella, con Legambiente presente assieme ad altre associazioni e cittadini, l’assessore negò ogni autorizzazione al parcheggio nelle bassure. 

Lo stesso assessore è il fautore del masterplan sulla Cittadella che prevede interventi cementificatori nel parco, per un sempre più massiccio utilizzo per eventi, fiere e mercati.

A parere di Legambiente quanto accaduto a settembre, con il parcheggio selvaggio, è solo l’avvisaglia di quanto succederà se quel masterplan sarà attuato e motivo sufficiente per opporsi.

Sempre in riferimento al rispetto e alla tutela del verde urbano, nonostante pareri tecnici, suggerimenti e critiche avanzate costantamente in modo propositivo, assistiamo in questi giorni alle puntuali capitozzature e tagli, pesanti e indiscriminati di alberi nei parchi e nei viali cittadini, come accade, purtroppo, ogni autunno (e non solo) da otto anni a questa parte. Il tutto senza un’adeguata comunicazione e trasparenza nei confronti dei propri cittadini, dai quali riceviamo costanti segnalazioni.

Crediamo che la misura sia colma – afferma il Direttivo di Legambiente Parma – e ci appelliamo al sindaco affinché ritiri la delega al Verde pubblico all’assessore Alinovi e, quanto prima, sostituisca il funzionario responsabile del verde urbano, per manifesta incapacità e insufficiente tutela del patrimonio naturale pubblico.

Riteniamo, inoltre, che vadano anche avvicendati i consulenti agronomi che, evidentemente, non sono aggiornati sulle corrette tecniche di potatura degli alberi”.

Vinci un albero con il contest di Festa dell’Albero 2020

Ogni anno, il 21 novembre, Legambiente celebra Festa dell’albero, una giornata per ricordare l’indispensabile contributo degli alberi alla vita sul nostro pianeta e i fondamentali servizi ecosistemici che ci offrono. Sono tante infatti le funzioni che gli alberi svolgono silenziosamente ogni giorno; per citarne alcune: sequestrano anidride carbonica e restituiscono ossigeno all’atmosfera, mitigano gli effetti del cambiamento climatico, proteggono la biodiversità, offrono cibo e riparo e prevengono il dissesto idrogeologico.

Solitamente l’evento prevede la messa a dimora di nuovi alberi da parte dei membri dei circoli locali insieme agli studenti delle tante scuole italiane che aderiscono all’iniziativa. Quest’anno, purtroppo, il proseguire della situazione di emergenza sanitaria ci impedisce il normale svolgimento delle attività previste. Il circolo di Legambiente Parma vuole comunque sottolineare l’importanza degli alberi nel contesto urbano, anche e soprattutto in un anno difficile come questo. Abbiamo quindi deciso di lanciare un contest virtuale in occasione di Festa dell’Albero 2020!

Ecco le istruzioni per partecipare:

  • Raccontaci con un’immagine (foto/disegno/logo) o un testo (frase/poesia) l’importanza degli alberi in città!
 
 
  • In occasione di #Festadellalbero2020, le nostre volontarie di servizio civile annunceranno i vincitori. I primi 2 classificati riceveranno in premio un albero da frutto!

Cosa aspetti? Mandaci la tua creazione e segui i nostri canali per info e news sull’evento!

 

 

Ecosistema Urbano: lunedì 9 novembre webinar di presentazione del report annuale

Come ripartire dopo un’emergenza globale che ha cambiato per sempre il Mondo, in un momento decisivo nel quale è necessario decidere in che direzione dovrà andare l’Italia del post-Covid e in che modo. Come utilizzare il potenziale rappresentato dal Recovery Fund farà la differenza. Bisognerà velocemente scegliere se affidarsi a vecchie ricette, superate dalla storia e certamente inadeguate nel mondo di oggi, oppure proiettarsi con coraggio verso un futuro più sostenibile, smart e a misura d’uomo. Città e Sindaci sono il fulcro di questa scelta di indirizzo.

Quello che serve è un vero Green New Deal made in Italy: Lotta alla crisi climatica, economia circolare, innovazione industriale, mobilità ad emissioni zero, agroecologia, aree protette, turismo sostenibile, lotta all’illegalità ambientale, sviluppo della banda ultralarga, finanza etica. Sono questi i temi su cui sarà decisivo concentrarsi e le città ne saranno le principali cartine di tornasole.

Tra l’altro gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU già spingono da tempo le città verso una sfida decisiva: assicurare la crescita economica e sociale, di green economy e green jobs, delle infrastrutture, dei servizi e delle opportunità per le
persone – senza danneggiare ulteriormente il territorio e depauperare le risorse. Facendosi anzi portatrici sane di azioni per energia e acqua pulita, per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, per un’urbanizzazione inclusiva, partecipativa ed ecologica, per l’accessibilità, per la riduzione di smog, rumore, rifiuti e, più in generale, per far progredire la salute, il
benessere, la qualità della vita delle persone.

Di questo si ragionerà il prossimo 9 novembre nel webinar dedicato alla presentazione del nuovo rapporto Ecosistema Urbano di Legambiente, Ambiente Italia e Il Sole24Ore. Ne parleranno, assieme a Legambiente, Sole24Ore e Ambiente Italia, alcuni Sindaci di città italiane al centro di questa nuova sfida post emergenza. Segui il webinar in diretta sul sito lanuovaecologia.it, sulla pagina Facebook e il canale YouTube di Legambiente.

Una firma per la Cittadella: Legambiente Parma sostiene la petizione del comitato civico La Cittadella Futura

Legambiente Parma, insieme a tante altre associazioni del territorio e cittadini, è fortemente preoccupata per il futuro del Parco Cittadella e teme la compromissione della sua identità storico-culturale, ambientale e sociale a seguito della presentazione del progetto di “restyling” proposto dall’amministrazione comunale, datato 2017 ma  ad oggi ancora poco chiaro sulle effettive modalità di intervento e sui relativi impatti.
Per questo sosteniamo il nuovo Comitato civico “Cittadella futura”, nato dall’unione di enti, associazioni e cittadini ed invitiamo a firmare la petizione per chiedere maggiore rispetto e trasparenza  sulle sorti di un Parco che è molto più di “uno spazio vuoto da riempire”.
E’ possibile firmare la petizione in diversi punti della città e ance  presso la nostra sede, al primo piano dell’ex-Cascina Bizzozero (ogni martedì e mercoledì dalle 15:00 alle 17:30) presso il banchetto dedicato.
Di seguito l’elenco completo delle sedi in cui poter firmare la petizione:

 Riportiamo inoltre al link, per chi fosse interessato, il testo completo della Petizione Cittadella Futura stilata dal comitato di cui fa parte, tra gli altri, anche Anna Kauber: regista, paesaggista ed importante membro del nostro direttivo che sta seguendo da vicino la questione in tutti i suoi sviluppi.
Vi aspettiamo in sede e contiamo sulla vostra firma per il futuro della Cittadella!
FOTO IN EVIDENZA DI CHIARA BERTOGALLI

Grande partecipazione cittadina a Puliamo il Mondo 2020

Domenica 27 settembre il circolo di Legambiente Parma ha aderito, come ogni anno, all’appuntamento  nazionale di Puliamo il Mondo. Obiettivo della mattinata: ripulire, insieme a cittadini e volontari, l’argine del torrente Baganza, zona troppo spesso soggetta ad abbandoni illeciti di rifiuti. L’evento è da sempre uno degli appuntamenti annuali di Legambiente di maggior rilievo e più partecipati, un momento di partecipazione attiva e collaborazione tra cittadini e associazioni del territorio che, per una mattinata, si ritrovano a lavorare fianco a fianco per la tutela delle aree verdi urbane. Un piccolo gesto simbolico, certo, ma anche un momento di riflessione e divulgazione, in cui prendere consapevolezza della fragilità dei nostri ecosistemi e delle conseguenze a lungo termine delle nostre disattenzioni o cattive abitudini.

 

 

La presidente  del circolo di Parma Marta Mancuso, parte del direttivo e le volontarie  hanno accolto i cittadini sotto a un gazebo in via Galluppi per distribuire il materiale necessario alla raccolta e dare le indicazioni per l’organizzazione dei gruppi di lavoro. Armati di pettorine, pinze, sacchi per plastica e indifferenziato, i gruppi di volontari hanno lavorato fino a mezzogiorno raccogliendo ogni genere di rifiuto: pneumatici, biciclette abbandonate, tubature, lamiere e riempiendo una trentina di sacchi.

Nota positiva di quest’edizione di Puliamo il Mondo è stata senz’altro la grande affluenza di pubblico: un centinaio di persone si sono riunite in via Galluppi, pronte a dare una mano. Tra queste tante le associazioni coinvolte che hanno portato il loro contributo: le Guardie ecologiche di Legambiente, il gruppo dei Monnezzari di Parma, i giovani di Fridays for Future, Plan(et) Bee, Pantarei e gli scout, con un esercito di giovanissimi. Una sinergia di forze che ha permesso l’ottima riuscita dell’evento, sottolineando ancora una volta il grande interesse degli abitanti della nostra città per le tematiche ambientali. Un buon modo per riprendere le attività associative dopo il lockdown, con le precauzioni necessarie ma anche con tanta energia ed entusiasmo. Grazie a tutti!

Al seguente  link la photogallery della Gazzetta di Parma.

Articolo di Marta Lauro per Legambiente Parma